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venerdì 15 novembre 2013

LA ROMANIA SCONOSCIUTA

Si dice che col passare degli anni, per noi stranieri, la nostalgia per la terra d’origine diventi sempre più forte. All'inizio, dici che la casa sono le persone e non i luoghi, ma poi cominciano a mancarti gli odori, le sensazioni, le albe e i tramonti, la primavera, l’autunno…  Col passare degli anni scopri di amare quei luoghi con tutto te stesso.
Sono nata in Transilvania, la famosa terra dei vampiri. Dici Romania e vedi spuntare il Conte Dracula. Lasciatemelo dire però, la Romania non è solo Transilvania.
Sono cresciuta in Dobrugia, angolo di paradiso "fuori dalla corsa del tempo". Le parole sono troppo povere per descrivere la bellezza del Delta del Danubio. Un luogo misterioso, esotico e il meno esplorato al mondo. Gli affascinanti scenari che mutano ad ogni svolta del fiume, l’immagine irreale delle albe e dei tramonti, il volo degli uccelli, “il lieve sciabordio delle acque sulla spiaggia”, il fruscio del vento e soprattutto il silenzio, inquietante e pesante, rendono questa landa magica, suggestiva e unica. Questa parte della Romania è molto poco conosciuta e apprezzata. Se non fosse che l’unica fonte di guadagno e di sopravvivenza della gente che abita nel Delta sia il turismo, azzarderei dire che sia quasi meglio che questo posto rimanga sconosciuto e che venga scoperto solo da quei  pochi intenditori che sanno amare e apprezzare i posti dove possono ritirarsi per ritrovare se stessi e la bellezza genuina e incontaminata ancora dalle mani dell’uomo.
Se avete in mente un viaggio nella Romania, non dimenticate di dedicarvi qualche giorno alla scoperta del Delta e della Dobrugia. Sono sicura che vi innamorerete all'istante e desidererete tornare sempre più spesso.
Infine, vi lascio con una traduzione (fatta da me) di un testo che leggevo ogni volta che sentivo nostalgia di casa. Ho deciso di tradurlo proprio perché l’autore, famoso giornalista, è riuscito a cogliere perfettamente l’essenza di questi luoghi, così come ha saputo descrivere in parole ciò che io sento dal profondo del mio cuore.

Buona lettura!  

La Romania sconosciuta
Racconti dai Grandi Laghi

"A sud degli estuari del Danubio, separati dal mare da un rialzo di sabbia, i laghi della Dobrugia cullano civiltà dimenticate e persone per le quali il futuro è nel passato. L’autunno dei lipovani si prepara per l’eternità.
I grandi laghi che cingono gli estuari del Danubio…
Un’infinita malinconia domina questi luoghi dove il sole sorge e tramonta nelle profondità delle acque. Il cielo copre come una campana un mondo di onde, tagliate in due da un rialzo di sabbia che non hanno inizio né fine. Gli uccelli urlano come durante la Genesi, i venti di un autunno d’argento ruotano senza trovare nessun ostacolo che gli si opponga, le nuvole corrono impazzite dal mare posandosi su solitudini preistoriche. In questo posto, Dio respira con i pochi abitanti delle acque e senti che Lui e l’universo e i sassi e la sabbia sono una cosa sola, senti che una Mano sola ha scritto la storia del mondo e la storia di ogni uomo.
A levante c’è il mare e a ponente – l’incommensurabile lago Razim. A ridosso si trova l’inesplorato Rialzo dei Lupi, da dove arrivo io. Dinanzi, si trova Gura Portitei, un luogo dove i grandi laghi  toccano il mare. Da ogni dove, intorno a loro, dalla sabbia affiorano tracce di vecchie civiltà che non hanno mai smesso di dominare la malinconia di questa landa fuori dalla corsa del tempo. Dovunque si vedono rovine di antiche costruzioni, di cui la gente del luogo, i silenziosi lipovani, sembra quasi non accorgersi più. Forse hanno imparato a tacere così dalle infinite distese, dai giorni, dalle settimane e dagli anni trascorsi nel silenzio delle acque. Forse tacciono a causa del peso schiacciante di questo cielo circolare simile a una campana o forse sono attenti – da intere generazioni – al fruscio del vento che non si ferma mai o ai sussurri delle acque che si mescolano all’orizzonte con il cielo in un solo, unico mare senza fine.
Gura Portitei. L’incantesimo si spezza nel piccolo porto allestito tra canne e bambù. Qui si fa turismo. Ci sono villette e case costruite tra i laghi e il mare, turisti rumorosi e barche a motore, grigliate di pesce e un numero infinito di cani, che pare si sbranino a vicenda impazziti per la fame durante i terribili inverni. Il segreto sta nell’ignorare le innumerevoli tende, nel riuscire ad alzare sempre lo sguardo verso il cielo, nel ricordare la lucente campana verdastra che si trova sopra. Ascoltare il mare e i laghi, e il loro linguaggio segreto.
Lì, tra le imbarcazioni, c’è una sola lotca da pesca. La barca ha un piccolo albero e accanto una tela di paracadute arancione. È questo l’indizio. Sulla lotca c’è un ragazzo biondo. Mi avvicino e chiedo: “Le rovine della fortezza Bisericuta sono lontane?”  Il suo viso si apre in un largo sorriso, rivelando dei bellissimi denti: “No, soltanto due-tre scogli più a nord”. È il mio uomo, Paul Condrat, il lipovano, il pescatore Condrat, studente di archeologia, navigatore indipendente, uno dei padroni riservati di questa landa all’estremità del mare e del mondo. Siamo in mezzo alle acque, sotto il cielo.
Sui lipovani e sulle le rovine
Sono di nuovo viaggiatore sulle acque. All’inizio navighiamo controvento e un piccolo rumore di motore avvolge Condrat in un silenzio impenetrabile. In seguito, i venti cambiano, il motore tace e la tela arancione fischia all’unisono con gli uccelli. “Come sono i lipovani?”, chiedo, pensando di non aver ancora appreso tutto quello che c’è da sapere su questo mondo in cui torno ancora una volta. Condrat rimane in silenzio, con la mano sul timone, poi chiude gli occhi nel fruscio del vento e dice che i lipovani…sono persi. Che cosa vuol dire “persi”? “Voglio dire che se ne vanno, si spengono, non ci sono più…”, mi risponde. “Che una volta erano qualcosa che ora non sono più”, aggiunge pensieroso, mentre la sua lotca spacca onda dopo onda e mentre curiosi uccelli, simili alle rondini, inseguono la nostra barca. Respiro insieme alle acque mentre lui mi spiega con lunghe pause come stia cambiando, come la grande chiesa di Jurilovca sia sempre più deserta, come i lipovani non sappiano più chi sono, come la loro lingua sia diventata una sorta di “linguaggio degli uccelli” cosparsa di parole romene, come i loro costumi popolari russi giacciano dimenticati in bauli chiusi forse per sempre. Inizio a diventare curioso. Che cosa rimpiange lui del “passato”? È troppo giovane per avere rimpianti, penso io. Per lui, il passato non può essere un…punto di riferimento.
Poi mi ricordo i volti immobili dei pescatori lipovani che ho conosciuto, i loro silenzi assurdi, congiunti con il cielo, e capisco che il mio compagno è una persona insolita. È diverso. So che è stato pescatore per molti anni, che conosce ogni sassolino di questi estranei luoghi, che ha lavorato un tempo come operaio nei siti archeologici. So anche che è uno studente di Storia, ma tutto questo non spiega il modo in cui parla dei lipovani al passato.
“I lipovani sono sempre stati pescatori poveri”, dice, “e dominati dalla storia. Prima della guerra hanno lavorato per padroni che possedevano barche e attrezzi da pesca, poi sono arrivati i comunisti e hanno iniziato a lavorare per loro. E proprio quando la storia stava per prendere una piega migliore, dopo l’89, sono arrivati altri, rivelatisi peggio di tutti quelli che li avevano preceduti. Persone che vogliono possedere non solo le barche e gli attrezzi, ma anche le acque e i pesci, vogliono che tutto e tutti diventino di loro proprietà, hanno recintato persino laddove i cortili della gente arrivano al lago…”
Nel “nuovo mondo”, dopo la Rivoluzione, i silenziosi pescatori lipovani sono rimasti di nessuno, mentre loro, per natura, hanno bisogno di essere “di qualcuno”. I laghi hanno cambiato padroni e i nuovi arrivati non hanno più bisogno di loro. Cioè, almeno non di tutti loro. Come nel Delta, ai pescatori è stato negato il diritto di pescare. Il mondo si muove velocemente, i concessionari delle acque non vogliono sentir parlare di tradizioni e neanche del fatto che loro, i lipovani, non possono, non sanno fare altro. Rimangono quindi, per l’ennesima volta nella storia, senza niente che sia un loro di diritto, avendo come unica prospettiva il bicchiere di grappa o l’emigrazione.
E lui? Come se la cava nel mondo che si perde, che scompare intorno a lui? Condrat racconta del figlio che ha a casa, dei luoghi con nomi strani che ha percorso quando faceva il pescatore, dell’azienda ittica di Periteasca e delle interminabili ore e degli innumerevoli giorni in cui ha remato senza mai fermarsi. Del lago Crosna e dei Rialzi di Ranec, che la gente visita una volta all’anno. Ci avviciniamo a Bisericuta e da lontano scorgiamo la miriade di uccelli, che sembrano camminare sull’acqua. Poi ci rendiamo conto che sono pellicani che si alzano in volo in gruppo, spaventati dal rumore della nostra barca con la tela arancione. Volano sopra le nostre teste come fossero delle croci enormi e pesanti, mentre noi scendiamo e ormeggiamo la lotca. L’acqua ci arriva fino al ginocchio. Bisericuta appare come un’isola deserta in mezzo al grande lago, piena di giganteschi cardi fioriti. Abbiamo poi camminato tra mura di fortezze costruite avanti Cristo, abbiamo raccolto frammenti di storia e mattoni antichi, abbiamo visto tracce di forni in cui le persone di un’altra era fondevano il ferro per le spade, abbiamo visto pelli di serpenti abbandonate, secche, lucenti in mezzo a tappi di anfora. Ho visto il lipovano Condrat correre come un cane impazzito dall’odore del passato, annusando, ascoltando e accarezzando tutti questi sassi tristi e,  mentre schiere di pellicani volteggiavano sopra la nostra testa, mi dicevo che questo giovane sente qualcosa che a me sfugge. Sente, forse, quel respiro dell’Universo, sente lo strano batticuore della terra subacquea e della terra sotto le erbacce bruciate dal vento.
Abbiamo fatto il giro dell’isola deserta, scavalcando antiche fortezze. Dall’altra parte, oltre il lago Razim, si trova la Citadella Argamum. La campana di cielo odora di acqua salata.



Ricordi del futuro
Jurilovca. La prima cosa che si vede, arrivando in barca dal lago Razim, è la cupola di una chiesa blu che domina tutto. Il paese si dispiega ai sui piedi, sotto il vento. Salgo. La chiesa è deserta, con le porte spalancate. Nessuna candela. Nessun uomo. Il vento fischia nelle finestre. Accanto alla chiesa c’è una bella casa, decorata come i templi dei greci. È la casa di Larion Simion, l’uomo che ha ereditato da suo suocero, ex prete, i ricordi del villaggio. “Lui sa quello che è stato e quello che ci sarà”, mi aveva detto Condrat, sotto l’ombra rossastra della sua tela. “Ha ricordi persino sul futuro”. Ironia o intuizione, mi chiedo, mentre busso alla porta.
Il cortile profondo, ricoperto di vignetti. La tovaglia di tela bianca e rossa, più due tazze di un vino color sangue secco. Un piatto di piroghi – una sorta di torta - , e varenichi  - una sorta di gnocchi. Si sente il suono silenzioso del lago, ma sembra che Dio non respiri più, sembra essere scomparso, nascosto. Il cuore della terra non si sente più e i destini non sembrano più scritti dalla stessa Mano. Zio Simion ha una bella barba bianca e gli occhi azzurri, abbinati con un berretto in stile americano. Sua moglie si chiama Iraida e in questo momento sta cercando nei bauli dei vestiti tradizionali antichi, che vuole mostrarmi.
Ho sentito che i lipovani si perdono, se ne vanno, si disperdono, che non sono più quelli di una volta. “I lipovani se ne vanno così come se ne va anche il mondo”, dice zio Simion, lasciandomi a bocca aperta. Sembra malinconico, mentre inizia “da zero” -  dal 1647 - , quando i lipovani arrivano qui dalle parti del fiume Kuban in Russia e costruiscono una chiesa, per fuggire dal Patriarca Nikon che li perseguita. Hanno quindi alle spalle, mi dice, centinaia di anni di pesca, centinaia di anni di agricoltura, centinaia di anni passati – con le loro barbe – sotto i venti che girano. “Qui una volta c’erano mulini a vento e si commerciava pesce di ottima qualità, uova e sale, arrivavano mercanti da tutte le parti del mondo e la gente aveva i soldi e andava nei porti liberi sul Danubio e… Fino al 47, quando è arrivata la fame qui e in tutto il paese, quando i bambini mangiavano pane di avena con dentro la paglia, e allora alcuni di noi se ne sono andati in Rassia (come pronuncia lui) e non hanno più fatto ritorno”.
Io gli desto i ricordi e lui racconta con gli occhi persi sotto il berretto americano dei vecchi tempi e che cosa significava essere russo lipovano. “Beh, un lipovano era niente senza la sua padiovca (abito tradizionale), così come non vedevi mai una donna senza šupca (gonna lunga, larga, colorata) o senza poias. “Che tipo di poias? Il poias era una sorta di cintura di lana colorata come un arcobaleno, una cintura con particolari fiocchi che veniva cucita solo il giorno della Vergine Maria, mentre si leggevano le 40 preghiere. Il poias era una cintura con poteri magici, senza la quale non si poteva entrare in chiesa. “Ora, invece, la chiesa, anche in occasione delle grandi festività, è mezza vuota, la gente è turbata dai tempi che corrono e ha dimenticato il porto, e la lingua e anche i tempi d’oro. Ma questa cosa succede dappertutto, perché un giorno sono arrivati qui dei russi dall’Oregon e dal Canada e quando hanno visto come parlano i nostri il russo, che bella lingua antica abbiamo, sono rimasti senza parole). Solo che loro avevano delle cinture di lana un pochino più larghe. In Canada e Australia è così. “Come mai?” “E sì, i lipovani sono ovunque nel mondo, anche in Australia vivono circa 300 famiglie.”
Nel frattempo, sotto il pergolato è arrivata anche Iraida, con le braccia piene di vestiti colorati da mostrarmi e anche il genero di zio Simion, con il figlioletto di pochi mesi in braccio. Da un vecchio nastro inizia a risuonare musica russa e, Simion, parlando dei nuovi tempi, comincia a scaldarsi. Il mio universo rotondo, invaso dagli uccelli, si rompe in mille pezzi.
“I pescatori lipovani sono un popolo docile, ubbidiente, non osano dire nulla finché non sono con l’acqua alla gola, preferiscono annegare nell’alcool mentre gli altri portano via tutto ciò che è loro da sempre.” Intuisco che sta parlando della tesa situazione della concessione dei laghi, delle loro barche che non potranno più usare per andare a pescare, perché il pesce è già di qualcun altro. “Una volta vestivamo abiti di cashmire mentre ora ci vestiamo come dei mendicanti. Una volta, gli uomini erano forti e attraversavano d’inverno il lago  con le slitte e carri senza nessun timore (…)
Continua a viaggiare tra il passato e l’indignazione del presente. Racconta di matrimoni che si facevano una volta, del “furto” della sposa, di San Nicola, il protettore dei pescatori, del suo viaggio nella Madre Russia, a Krasnoyarsk, dove aveva alcuni parenti che non vedeva dal 1947, i quali avevano pianto nel sentirlo cantare nella sua antica lingua. Racconta anche delle meraviglie della croce lipovana a otto estremità, del comunismo che ha distrutto tutto, persino la loro anima dolce e sensibile di lipovani, a cui basta una carezza per darti la camicia che hanno addosso.
“I russi sono gentili, gentili, gentili…” sento rimbombare ancora nelle orecchie le parole di Simion, sebbene mi trovi già sulle strade sterrate e distrutte del villaggio, cercando di sentire ciò che rimane dei loro ricordi. Nel centro del villaggio vedo due bettole, una accanto all’altra, e in nessuna delle due si può mangiare. Soltanto bere. Davanti a una di loro c’è il parroco del paese e il suo aiutante, in tonache lucide che coprono le loro pance da ricconi. Hanno una lunga e spessa barba e bevono birra alla spina. Comincia a mancarmi il deserto. I grandi laghi, le rovine sparse tra la sabbia e i canneti. (…)

Tra ombre e uccelli
Scendo verso il lago Razim, in mezzo a case che stanno crollando. La gente è povera. L’acqua arriva qui con difficoltà, perché è in profondità. Il terreno è roccioso e non cresce nulla. I turisti che passano di qui lo fanno solo per andare a Gura Portitei, ma non si fermano perché queste case di contadini poveri non hanno nulla da offrire. A Gura Portitei, l’uomo che ha portato via loro “l’acqua da sotto i remi” ha messo in piedi una vera e propria destinazione turistica. La sabbia, le acque e il pesce sono di sua proprietà. Passo accanto al recinto di ferro e filo spinato che circonda il lago e che protegge la sua proprietà. Il sorridente Condrat è lì. Attraversiamo le acque, fino al Capo Dolosman, per arrivare alle strane mura della fortezza Argamum, di cui lui, il giovane professore di storia del villaggio, mi racconterà tutto.
Perché questi luoghi sembrano cosi deserti, perché gli uccelli gridano così? Perché i lipovani sono così rassegnati, perché non fanno più nulla? Perché lui, Condrat, è diverso? Come si è sottratto alla tristezza, alla noia, all’alcol che governano questa landa così magica? Lui non smette mai di sorridere, mentre tira le corde della piccola imbarcazione. Ha comprato la lotca per guadagnare un soldo in più d’estate, quando arrivano i turisti. Poi torna a fare il professore nella scuola del villaggio e anche lo studente. Perché è lipovano e pescatore, capisce il soffio del vento e dell’acqua. Perché è appassionato di storia, capisce la pulsazione delle rocce, delle coste rocciose e di queste fortezze avanti Cristo. Condrat è un professore di storia controvento, non è più pescatore e libero navigatore. La fortezza, però, è molto più antica, perché sono stati trovati oggetti dalla prima età del ferro ed è stata ininterrottamente abitata fino a…
Mentre Condrat racconta, io tocco la cosmica malinconia di questi luoghi circondati da venti roteanti. Il professore parla della catena infinita di generazioni che si sono succedute su questi sassi. Siamo a 50 metri sopra le infinte acque, finalmente, in mezzo agli uccelli. “Da questo punto di vista”, dice lui in tono accademico, “l’arrivo dei russi lipovani nel XVII secolo sembra un evento insignificante, seppur…” In effetti, dico tra me e me, qui hai la sensazione che Dio, gli uccelli, la gente e le rocce taglienti formano un’insieme, che la stessa Mano… Che importa che un bastardo abbia rubato l’acqua da sotto i remi dei pescatori in un piccolo, insignificante bivio della storia? E poi, “da questo punto di vista”, come direbbe Condrat, non è che proprio lui stesso a sfuggire alla tristezza, alla rovina, alla povertà, soltanto perché mantiene il legame con i sassi, con la storia? Non è forse questo il suo più grande segreto? Non è forse la pulsazione cosmica, ancestrale di questa landa, che lui sente, a farlo sorridere, a renderlo indifferente?"

P.S. I lipovani sono russi vecchi credenti che vivono  nel territorio della Romania da più di trecento anni, dopo lo scisma avvenuto nella Chiesa Ortodossa Russa, iniziata dal Patriarca Nikon. 

Leggi qui la versione in lingua romena dell'articolo scritto da HORIA TURCANU
Qui trovate un video che sorprende in modo spettacolare la mia cara Dobrugia. 

Natasha Danila

    

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